domenica 26 maggio 2013

Perché Goldberg non dorma

Inquietudine tra Leucò e i Corsari

Ho giocato con gusto al falò di Leucò. Senza alcun pregiudizio e con l’ingenuità e la serietà che ogni gioco richiede, come sanno bene tutti i bambini e qualche filosofo, Wittgenstein, per esempio.
Poi sulle sublimate ceneri dei Dialoghi con Leucò è iniziata una riflessione interessante, sul significato di quel felice sacro macello, certamente utile per l’autocomprensione di una pratica collettiva in qualche modo originale, nonché per lo spazio comunicativo in cui si è costituita.
Non ho potuto leggere tutto, e tuttavia i contributi esaminati recano il segno positivo della ricerca intelligente. Alcune recenti circostanze, però, hanno acuito la mia curiosità, destando rugose perplessità, che ancora non giungono a determinare argomenti critici chiari e distinti, ma certamente fieri dubbi bensì.
L’esperienza della letteratura aumentata mediante pratiche di scrittura collettiva, cumulativa o collaborativa, può generarsi a partire da un qualunque testo? Alla stessa stregua, un testo narrativo e un testo argomentativo sono suscettibili di riscrittura creativa?
Passato in giudicato che il testo narrativo si presti senz’altro, quali ne sono le ragioni profonde?
Per contro, può un testo argomentativo, a dominante funzione referenziale, fondato sul rigore logico e con precipue finalità comunicative, dischiudersi ad una riscrittura creativa?
Un testo narrativo, ed in particolare un testo estetico, a dominante funzione poetica è caratterizzato da una prevalente qualità connotativa rizomatica, quale conditio sine qua non della sua infinita interpretabilità e della sua apertura intertestuale. Senza doverlo dire con la semiotica o la linguistica strutturale, già la tradizione filosofica ne aveva enunciato l’essenza in termini di ambiguità, nescio quid, opacità (Sartre).
Forse è tale struttura testuale profonda la condizione di possibilità della variazione creativa?
Ma un testo argomentativo ne è essenzialmente e deliberatamente privo, perché strumentale alla dimostrazione, alla confutazione o all’informazione, e pertanto costitutivamente caratterizzato da compiti che sono tanto più efficacemente eseguiti quanto più è minimizzata ogni ridondanza connotativa in favore del rigore referenziale, ecco, un testo così fatto può ragionevolmente prestarsi alla traducibilità creativa?  Ora,  in caso di risposta affermativa, dobbiamo inferirne che ciò accada in virtù di condizioni del tutto diverse da quelle individuate per il testo estetico? In tal caso sarebbe lecito chiedersi quali possano essere tali misteriose condizioni?
Il testo è caratterizzato da «ambiguità estetica quando ad una deviazione sul piano dell’espressione corrisponde una qualche alterazione sul piano del contenuto» (Eco). Ne discende che la riscrittura può giocare la variazione creativa di un testo estetico sia sull’asse orizzontale del significante, secondo registri formali, stilistici e combinatori, sia sull’asse verticale del significato, secondo la moltitudine dei rimandi e dei contenuti culturali.
Ma un testo argomentativo aspira ad attingere solo valori di verità e valori di coerenza che ne garantiscano la fondatezza, pertanto esso scongiura necessariamente e intenzionalmente ogni e qualunque ambiguità, tanto sul piano del significato, quanto a fortiori sul piano della sua qualità espressiva, tendente ad una neutralità meramente finalizzata all’efficace mediazione del contenuto asserito. Ne deriva che un testo argomentativo è indisponibile alla riscrittura creativa, poiché si presta solo all’esegesi, al commento o alla confutazione?
Siamo allora forse ad un bivio? Variazione creativa o mera esegesi?
Tali ingenui interrogativi forse sono sospinti solo dai flutti malmostosi della mia incomprensione. In tal caso chiedo venia al lettore. Disponendomi senz’altro a continuare il gioco con qualunque testo. Nondimeno.
Ché se fallibili sono le teorie, figurarsi i dubbi. 

domenica 19 maggio 2013

Palinodia twitterica


Il 15 maggio del corrente anno, fu postato su Twitter un delizioso carme da Silvio quello buono ‏@SilvioKat, eccolo:

A me terra
Risa e guerra
Lu ciavuru di li milinciani ammuttunati
ca s'ammisca cu lu sangu di li morti ammazzati


Fu rapido il favore dei follower, nonché la richiesta di volgerlo in volgare, a beneficio d’una più ampia e retta comprensione. Alla bisogna mi prestai maldestramente, previo generoso consenso di Silvio. Sennonché il tarlo satanico che baca ogni rancoroso siciliano della diaspora, mi spinse a deformare le “milinciani ammuttunati”, rendendole con “melanzane lardellate”. Mio dio che orrore! E di fronte alla mite replica di Silvio, “la traduzione è perfetta tranne che sul lardellate...”, ho avuto la faccia tosta d’insistere, affermando in aperta malafede e con palese falsificazione: «ma come? ammuttunare secondo il Pitré vale per abbottonare, che per le melanzane è artusiano lardellare».
Insomma, la mia è stata  una condotta davvero riprovevole. Tanto più che non contento della lardellatura offensiva e impropria, per furia antiretorica avevo curato di sfregiare spudoratamente la prosodia del carme.
Ora, onde chieder venia a Silvio e agli altri, coprendomi il capo di cenere, cerco di porre rimedio al grave delitto di cui mi sono macchiato, proponendo non una ma ben tre diverse versioni secondo tre diversi registri metrici e stilistici, quale doveroso omaggio a Silvio, offrendo in tal modo, non una, ma ben tre buone ragioni per mandarmi lecitamente a quel noto paese.
Da ultimo, nessuno dubiti che il mio pentimento sia dovuto alla recente scoperta della dimestichezza di Silvio con arti affilate e cruente, ancorché benefiche. Si tratta non già di attrizione opportunistica, quanto piuttosto di autentica contrizione.


In versi

La mia terra
Risa e guerra
Profumo di melanzane abbottonate
Misto a sangue di vittime ammazzate


Preziosa

O natio lito
Ameno e ferito
Gravidi petonciani aulenti
Tra crudi eccidi d’innocenti


Haiku

Aprica piaga:
In riva allo Stige
Luce dei sensi