domenica 5 novembre 2017

Fiore fiore

Ph. Letizia Battaglia









































Sei troppo dispettosa tu con me
cado dal letto se io sogno te

Canto popolare siciliano
(Trad. anonima)



Versicoli anagrammatici ai candidati (in grassetto) della tenzon sicana


Tra berci acuti e digrignanti zanne
tonante Grillo carica le canne.
Poi laltro fascio pur un tempo bullo
confessa amaro: «Me su cime? Nullo
Quellaltro ancor che abita in Parnasso:
«Solo adulavo fica e cose belle,
si faccia presto che già chiudo e passo.»
Del professor disceso dalti rami
convien si taccia ché fa sol ricami.


domenica 29 ottobre 2017

La sera

Mario Giacomelli - Omaggio a Spoon River






















La sera screpolava lorizzonte
tra luci diafane e ombre trasparenti
lungo una strada di dubbi e bufera:
non più radici di vili certezze,
macabra danza di morte carezze,
solo lincerto barlume randagio
duna sperduta e lontana chimera.


giovedì 5 ottobre 2017

Epifanie


All'amico, anzi complice, anzi fratello, Franco Chirico

L’autore di questo bizzarro e romito Blog il 17 settembre 2017 ha avuto quasi un sintomo, nel senso di Camilleri, leggendo l’articolo di Hanif Kureishi, L’indiano Peter Sellers ci ha insegnato a ridere di noi, pubblicato su Robinson di Repubblica. Il grande scrittore inglese vi ripercorre la propria vicenda biografica di ragazzino di razza mista cresciuto nella periferia sud di Londra, alle prese con una complicata integrazione. Kureishi, in particolare, vi narra del suo grande amore per il cinema ed in particolare per i film interpretati da Peter Sellers. Nulla di che, fino a quando non prende a scrivere di uno di questi film, La miliardaria. «Il film di Anthony Asquith, realizzato nel 1958, era un adattamento, a opera di Wolf Mankowitz, della [omonima] commedia di Bernard Shaw del 1936, in cui il protagonista maschile è un egiziano. Nella versione cinematografica una divina Sophia Loren – una ricca aristocratica italiana di nome Epifania Parerga – (qui s’ebbe il sintomo) si innamora, tentando il suicidio, di un medico indiano musulmano, che all’inizio la vede solo come una seccatura».
La semplice lettura di quel nome e soprattutto di quel cognome era sufficiente a suscitare risa pensose sulle imprevedibili corrispondenze che il caso apparecchia. Donde il desiderio di conoscere l’aristocratica signorina Epifania Parerga immediatamente, ché quando capita di poter vedere il titolo del proprio Blog, per dir così, in carne ed ossa?
Ebbene, ehm, ecco l’epifania...




A questa visione le risa divennero incontenibili, ma furono presto contrastate da un crescente imbarazzato scrupolo. Ebbene, una signorina per giunta aristocratica non credeva di esagerare esibendo in modo talmente sfacciato le sue proprie grazie, davvero eccessive? Con quale diritto poi di compromettere un nome del resto onorato, così da renderlo famigerato, al punto da coinvolgere nell’ignominia chiunque per caso avesse avuto l’avventura di una omonimia?
Eppure, Monsignor Bouvier, nel suo Manuale del Confessore*, era stato assai chiaro nell’additare quale pericolosissima cagione di peccaminosa lussuria ornatus immodesti vel superflui, ossia «l’abbigliamento immodesto e lussureggiante» che può eccitare una equivoca concupiscenza ed altre morbosissime illusioni, fino a schiudere le porte cedevoli della dissolutezza.
Fortunatamente, Monsignor Bouvier, vescovo di Le Mans dal 1834 al 1854, nel suo preziosissimo Manuale aveva nondimeno previsto indulgenti eccezioni: «Hinc, qui delectatur in videnda muliere pulchra, in tangendo manus eius mollem, nihil ultra volendo, nec sentiendo, nec periculum grave ulterius progrediendi incurrendo, mortaliter non peccat», ossia, «non pecca mortalmente quegli che si diletta soltanto nel contemplare una bella donna, nel toccarle la morbida mano, senza altro desiderare, senza altro sentire, senza esporsi al grave pericolo di andar più in là». Certo, quel nihil ultra volendo nec sentiendo, innanzi a compiacenti grazie  fuor di misura opulente, necessita dell’esercizio di virtù eroiche fino all’ascesi, eppure l’abracadabra, munito di sigilli vescovili  utili a tener serrate le porte dell’inferno, per intanto era  servito. Misericordiosamente.
D’altronde, ad un più attento sguardo, Epifania Parerga, in effetti, benché sorpresa in lingerie, non pare poi a tal segno svestita da mostrare sciagurate nudità o altre turpi trasparenze senz’altro oscene. Lo strizzato corpetto ad un occhio corrotto potrebbe suggerire bensì audaci spudoratezze fornicatorie, ma nihil ultra volendo nec sentiendo, chi vieta di credere piuttosto ad un intimo allusivo omaggio alle forme castissime del violoncello? Le gambe sono malauguratamente scoperte, e pur tuttavia le calze assicurano, ad ogni buon conto, un velo di ineccepibile decenza. Il reggicalze poi è un mero accessorio funzionale, alla stessa stregua di comunissime bretelle: come le bretelle reggono i calzoni, così i reggicalze reggono le calze. Orbene, chi mai fu turbato dalle bretelle? E allora, solo menti infettate da molto enfatiche fantasie scostumate possono cavare dal reggente incolpevole accessorio muliebre, lubriche lusinghe foriere di infuocati congressi carnali.
Tutti questi particolari, del resto singolarmente per nulla univoci circa eventuali intenzioni sconvenienti, sono poi decisamente redenti dai lunghi guanti immacolati, nonché dal candore dei tre fili di perle, e definitivamente transustanziati, infine, dal vasto e pudibondo cappello, un magnifico Borsalino a falde ampie e flosce, che tiene a bada ogni più vezzosa ciocca ammiccante, restituendo Epifania ad una innocente verecondia da abat-jour.
È ben vero che la curvilinea floridezza rococò, la prosperosità turgescente, le forme smodatamente formose, non si possono davvero negare; ma un equanime scrutinio, a un dipresso, può revocare in dubbio ogni intento men che commendevole nell’abbigliamento della elegantissima signorina Parerga.
Tirato un sospiro di sollievo, (forse favorito dalla personale insensibilità al fascino debordante di tracotanti veneri greche, a cagione di perniciose inclinazioni per le grazie sciupate di frali afroditi con glauco sguardo e pigrissima libido), tirato dunque detto sospiro, non c’era che da considerare i sicuri effetti benefici della casuale e imprevedibile omonimia. D’ora in poi, anziché essere associato esclusivamente ad Arthur Schopenhauer – pensatore di gran peso ma invero un poco dispeptico – il titolo Parerga avrebbe avuto in Epifania una madrina di disinvolta leggerezza e giuliva allegrezza. Guai però a voler celebrare le nozze tra il padrino e la madrina, dacché Arthur Loren o Sophia Schopenhauer risultano ircocervi talmente inverosimili da mettere in allarme i servizi di zoologia fantastica e igiene mentale competenti per territorio.
Se, di contro, l’epifania di Epifania Parerga è servita a suscitare almeno un po’ di buon umore, tanto basta, di grazia. Il riso è proprio degli uomini, secondo Aristotele, sicché sorridere ci aiuta, forse, a restare più umani. Non ci par poco di poterlo ricordare, ridendo, nel genetliaco di Franco, che ogni sei ottobre ci piace abbracciare gioiosamente, con la promessa di tanti ulteriori umani sorrisi.



*Monsignor Jean-Baptiste Bouvier – Venere al tribunale della penitenza,
Trad. it. e cura di Osvaldo Gnocchi-Viani, Claudio Gallone Editore, Milano, 1999.







martedì 3 ottobre 2017

Marameo illogici. Esercizi

Balthus, Portrait de Thérèse, 1936


Un tautogramma ammirando Thérèse
Eterea ed elegante esita, eludendo esili emozioni ed effimere euforie evanescenti


Lipogrammi vocalici progressivi
decrescente
Allusione obliate, follia mia sa

crescente
Ad una furtiva stuoia noumenica


Doppie letture
L'Ettore Andromaca si mirò = Lettore andrò ma casi miro

E sì odo o mero p.i.n. darò = Esiodo Omero Pindaro


Bifronte facilino
i verbi brevi onorarono ingegni.


Anagrammi
Remène lapin = marine le pen

Audaci colpe = Paco de Lucia

Cuor eri magma = Mercuriomaga

Voilà prisma = Marisa Volpi

Marca costanti = Marco Stancati



Titoli immaginari anagrammando Mario Giacomelli






















Ammalierò ciglio

***


Illogica memoria

***



Ammirai collegio

***



Racimolai moglie


domenica 24 settembre 2017

Le siepi galeotte








«"No, don Calogero, no. Mio nipote è diventato pazzo... [...] pazzo di amore per vostra figlia, don Calogero; e me lo ha scritto ieri."
Il sindaco conservò una sorprendente equanimità; sorrise e si diede a scrutare il nastro del proprio cappello; Padre Pirrone aveva gli occhi rivolti al soffitto come se fosse un capomastro incaricato di saggiarne la solidità. Don Fabrizio rimase male; quelle taciturnità congiunte gli sottraevano anche la minima soddisfazione di aver stupefatto gli ascoltatori. Fu quindi con sollievo che si accorse che don Calogero stava per parlare.
"Lo sapevo, Eccellenza, lo sapevo. Sono stati visti baciarsi Martedì 25 settembre, la vigilia della partenza di don Tancredi; nel vostro giardino, vicino alla fontana. Le siepi di alloro non sempre sono fitte come si crede."»

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo


In un recente saggio* di rara acutezza, con il consueto rigore disincantato e brillante, sostiene Nunzio La Fauci che prendere «Il Gattopardo come opera-manifesto di un pensiero e di un’ideologia politica o anche solo culturale e letteraria che considerano apparente il divenire o, peggio, che ritengono pragmaticamente possibile una sua addomesticata gestione, ai fini di una sostanziale conservazione, più che un paradosso testuale è, come si diceva, una consolidata falsificazione.» Se non che, da questa tramandata ricezione critica, segnata da sesquipedali fraintendimenti e clamorose incomprensioni tutt’altro che ingenue, è pur sortita, in qualche modo, una sedimentazione nella lingua comune di parole con significati di cui nel romanzo non v’è traccia: «L’idea che il gattopardo che circola in italiano da più di cinquant’anni trovi fondamento nel Gattopardo è esito di letture scorciate e sommarie. Solo benevolmente essa può essere inoltre definita un malinteso. A uno sguardo equanime, invece, appare per ciò che fu e rimane: un tentativo aperto e, bisogna ammettere, molto ben riuscito di operante falsificazione.»
Nel solco di questa linea critica, per una approssimazione ad una più retta lettura del romanzo, gioverebbe, forse, riconoscere un valore diegetico di ben altro rilievo alla visita di don Calogero Sedara, che offre l’occasione per l’odierno #diconodioggi, nel corso della quale don Fabrizio, ingoiando rospi ma con complice adesione alla «avventura rapace e predatoria» dell’amato nipote, annuncia la richiesta di matrimonio per Angelica, combinando le future nozze con le quali lo squattrinato e cinico Tancredi non esita a «barattare assai vantaggiosamente sorrisi e titoli propri con avvenenze e sostanze altrui».
Il matrimonio del Principe di Falconeri con la nipote di Peppe ’Mmerda, costituisce una sorta di esemplare scaturigine della multiforme prole di sciacalletti e iene, che sostituiranno i Gattopardi, confermando la profezia appassionata e rabbiosa di don Ciccio Tumeo: «"Questa, Eccellenza, è una porcheria. Un nipote, quasi un figlio vostro, non doveva sposare la figlia di quelli che sono i vostri nemici e che sempre vi hanno tirato i piedi. Cercare di sedurla, come credevo io, era un atto di conquista; così è una resa senza condizioni, è la fine dei Falconeri, e anche dei Salina"».
Ciò che semanticamente nutre il nome gattopardo e l’aggettivo gattopardesco, se proprio si fosse costretti a legarli al romanzo, in effetti, trova radici pertinenti piuttosto nella parabola di Tancredi che, pur «nell’ambito di secolari consuetudini», salda nel cinismo del cambiamento apparente finalizzato a conservare i propri privilegi, la vecchia aristocrazia esangue con la rampante borghesia delle lupare, che ne aveva scalzato il dominio a mezzo delle più spregiudicate rapine.
Di contro, il Gattopardo, ossia don Fabrizio, è tutt’altro che un gattopardo, poiché, con ogni evidenza, il Principe incarna il disilluso declino irreversibile, storico e morale, d’una tradizione aristocratica di cui egli morente comprende d’essere il punto finale: «Era inutile sforzarsi a credere il contrario, l’ultimo Salina era lui, il gigante sparuto che adesso agonizzava sul balcone di un albergo».
Ora, pur nella rassegnata consapevolezza che gli usi d’una lingua sono assai difficilmente contrastabili, nondimeno, pare meno illusorio, forse, formulare auspici che contributi quali quello di Nunzio La Fauci, che vivamente si raccomanda, possano, se non ribaltare, almeno arginare una vulgata critica consolidata, spesso destituita d’ogni fondamento testuale.
Del resto, per i lettori, al di là d’ogni disputa, Il Gattopardo resterà quel che è sempre stato, ossia un avventuroso e affascinante viaggio in Sicilia, come sostiene, con felice intuizione, il chiarissimo professor La Fauci.


*Nunzio La Fauci - Giuseppe Tomasi di Lampedusa. “Finché c’è morte, c’è speranza”

lunedì 11 settembre 2017

Le conseguenze dell’ardore

Mäda Primavesi, Gustav Klimt - 1912 ca.



























Corrispondenza seguita al post L’alto platano e gli agnocasti



Biglietto delle ore 17:13 di Manfredi a Inés Itrè

Or lessi e ancor m’offende,
Inès cara e adorata,
l'accusa spudorata
che Qwerty a voi pur tende.
Ei fa filologia
o isfoga gelosia?


Biglietto delle ore 18:12 di Inés Itrè a Qwerty Uiopè

Tanto è bello Palamede
mentre lieve par che incede,
quanto Qwerty è un traditore,
figlio d’Elena in calore.
Donnaiolo impenitente
or mi bacia, ora mi mente,
or mi prega genuflesso,
or con l’altre va all’amplesso.
Ma se gioca pur con Gorgia
con Manfredi faccio un’o.


Biglietto delle 20:10 di Qwerty Uiopè  a Inés Itrè

Oh diletta del mio cuore
fu un equivoco, un errore:
quei che andava in rossa gonna
non è femmina né donna,
ma un vegliardo incipriato
in panneggio un po’ antiquato


Biglietto delle 22:08 di Inés Itrè a Qwerty Uiopè

Se tua madre quella notte
s’attaccava ad una botte,
anziché te concepire,
nel più inutile coire,
qual risparmio a questo mondo
d’un cretino senza fondo.
Lo so ben ch’egli è un sofista
ma io amo quell’artista
che da vil censuri invano
col vecchiaccio siciliano.
Ei di grazie è colmo e ricco
e di nome fa B.
Ora ti congedo e addio,
sol Manfredi è lamor mio.


Alle 23:07 Qwerty Uiopè, non poco turbato, si alzo dal sofà, spalancò le finestre, mise sul piatto del grammofono un vecchio disco e regolò il volume a palla...





domenica 10 settembre 2017

L’alto platano e gli agnocasti

Palamede di Antonio Canova


























In riva al Simeto, sul finire dellestate, in attesa della sera, immerso nellincantevole trionfo della natura che già disponeva la tavolozza dei colori del cielo e della terra per l'imminente occaso, Querty Uiopè meditava pensieri inquieti circa un recente spettacolo di Alessandro Baricco su Palamede. Allombra di un platano frondoso egli intanto ammirava il lontano Mongibello, poderoso e fumante, e il vicino fiume impetuoso dacque turchine, altro che quel rigagnolo dellIlisso, senza offesa per Fedro, si capisce. Tra gli agnocasti fioriti che profumavano fino allo stordimento, Querty Uiopè ancor gustava un sigaro squisito arrotolato senzaltro da abilissime mani di lascive sigaraie creole quando scorse un uomo in età, di rosso vestito, che passeggiava altero lungo il sentiero che veniva a interrompersi proprio nella radura presso il platano sotto il quale egli oziava. Sorse dimpeto, Qwerty, e si precipitò trafelato sul vegliardo a passeggio.


Qwerty Uiopè – O Gorgia, carissimo maestro, che fortuna incontrarla, mi dica, ha saputo del Palamede di Baricco?
Gorgia – Carissimo a chi! Non ho il piacere di conoscerla, né tampoco il minimo desiderio. Non mi par di rammentare alcuna sua discepolanza. Del resto, se fosse stato mio allievo, mai avrebbe osato una siffatta consuetudine al mio cospetto. Or dunque, immantinente, mi risparmi le sue moleste proposte e circoli via, aria, sparisca, raus.
Qwerty Uiopè – Via maestro non s’adiri, lungi da me qualunque insolente confidenza. Nutro un profondo rispetto per il suo chiarissimo e smisurato ingegno. Desideravo solo conoscere la sua alta opinione sul Palamede di Baricco.
Gorgia – Opinione? Ma come si permette, miserabile barbaro farfugliante! Gorgia non esprime opinioni. Qualunque mio pensiero è sapienza veridica inconfutabile, immarcescibile, adamantina saggezza dianoetica. E ora smammi prima di subito, torni nelle spelonche, brutto troglodita escrementizio.
Qwerty Uiopè – Maestro, si calmi, la prego. Dicevo opinione, ma intendevo giudizio, saggia valutazione.
Gorgia – Dunque, lei dice in un modo e pensa in un altro? Presto, mi liberi della sua confusa e pestifera presenza, si disperda nel vuoto, corra via e via e via e non si fermi prima d’aver percorso la distanza di Filippide, e una volta giunto presso i suoi simili, tra inospitali grotte infestate di finocchi selvatici, proclami alla stregua dell’ateniese: «Abbiamo minto» fuor dal pitale, nevvero. Sparisca!
Qwerty Uiopè – Maestro, suvvia, anzi sommo maestro, mi conceda la sua attenzione, un po’ del suo tempo.
Gorgia – Eh eh... il tempo è denaro, benché temo le sfugga ancora il significato della parola denaro, piccolo barbaro ancor dedito al baratto.
Qwerty Uiopè – Suvvia un po’ del suo tempo...
Gorgia – Cento mine. Cacci cento sonanti mine e avrà la mia attenzione per il tempo di una clessidra.
Qwerty Uiopè – Fanno mille euro?
Gorgia – Oh no, dollari, solo dollari, per l’esattezza milleduecento e settantatre centesimi, ma tenga pure il resto, gli spiccioli mi danno ai nervi.
Qwerty Uiopè – ...millecentosettanta, millecentottanta, millecentonovanta e milleduecento, ecco fatto.
Gorgia – Tutte banconote di piccolo taglio... forse commercia al minuto stupefacenti sostanze? Oh caro il mio Qwerty Uiopè, si celia. Ora può interrogarmi senza indugio su qualunque argomento, le darò la risposta più saggia e sapiente.
Qwerty Uiopè – Maestro sommo, ora ci provo, il tempo di liberarmi da questa strana sensazione di leggerezza, che mi coglie d’improvviso.
Gorgia – Oh la capisco. Si sente come alleggerito della somma ignominia d’avermi incontrato con tanto ritardo, ma del resto eccitato per l'apprendimento fondamentale che trarrà dalle mie lezioni indimenticabili, grazie alle quali potrà diventare un perito oratore, pronto ad espugnare ogni assemblea.
Qwerty Uiopè – Beh sì e no. Sa, non amo tanto la folla, amo solo una donna, Inés Itrè, una poetessa maltusiana, assai virtuosa bensì ma molto irascibile perché prende tutto di petto, ciò che la rende assai vendicativa, sicché ogni tanto per gelosia mi tradisce con Manfredi, un poetastro inetto, un cicisbeo senz’altro, ma astuto e ruffianissimo, peste lo colga.
Gorgia – Eh, discepolo diletto, le fanciulle profumano di rose solo pria di divenire spose. Stia lontano dalle donne ond’evitar in fronte alte colonne ...appuntite, ahahahahah!
Qwerty Uiopè – Suvvia maestro, non esageri con codeste triti e sciocche ciance. Non rinuncerei a Inés Itrè, ed alle altre fanciulle, beh sì lo ammetto, per tutto loro del mondo. Ma torniamo al Palamede di Baricco.
Gorgia – E che vorrà sapere di Palamede? Quel mio celebre discorso è il vertice assoluto della retorica e della sofistica d’ogni tempo. L’esercizio sommo dell’arte dialettica. Ancora li vedo i più illustri degli ateniesi, Pericle, Agatone, Alcibiade, Socrate, Tucidide e tanti altri uomini di gran fama, con gli occhi sbarrati e le orecchie tese mentre lo ascoltavano per la prima volta. Mai mortale aveva argomentato meglio, con più stringente logica, con catene d’argomenti d’incontrovertibile valore probatorio. E con quale stile fiorito, come meglio non avrebbe potuto un vero poeta. Fu un trionfo memorabile. E per non far mancare nulla alla mia perfida sfida, tenni quel leggendario discorso contro Ulisse, l’astuto eroe che tutti gli elleni amavano sopra ogni altro eroe.
Qwerty Uiopè – Già con l’Encomio di Elena s’era divertito non poco, maestro, lo ammetta.
Gorgia – E come no! Sì, certo, Elena, colei che nell’opinione d’ogni greco era la buttanazza da additare quale causa d’ogni infamia e sciagura, da me infine redenta, e ora tornata pura sì come un angelo incolpevole, una mammoletta ingiustamente oltraggiata. Che gusto c’è, del resto, nel facile trionfo? Le uniche battaglie degne d’esser combattute son solo quelle più ardue, contro il più valente dei nemici e sul terreno a lui più propizio. Sol così rifulge il più alto valore. Sarebbe stato degno di memoria, forse, se avessi celebrato una qualunque donna già amata dal mio uditorio? Per segnare indelebilmente il mio nome nella mente dei mie ascoltatori, dovevo riuscir nell’impresa di confutare quanto di più sacro v’era nelle loro idee, vincendo, con la semplice parola, ogni più strenua resistenza radicata nella loro tradizione più tenace e veneranda.
Qwerty Uiopè – Caro maestro, non vorrei contraddirla, però è ben vero che Elena era da tutti additata come una signora di facili costumi, ricettacolo d'ogni nequizia morale e perenne minaccia del focolare, ma del resto tutti i greci segretamente l’amavano, sprecandosi in complimenti sperticati sulla sua bellezza.
Gorgia – Oh io lo sapevo bene, conosco l’animo umano. Ma loro no. Così li ho inchiodati a dover riconoscere nella pubblica piazza ciò che prima non sarebbero mai stati disposti ad ammettere.
Qwerty Uiopè – Per Palamede questo celato vantaggio non c’era. Certo non erano mancate le voci di poeti in sua difesa, ma poca roba.
Gorgia – E come no? Nessun greco si sarebbe mai schierato in suo favore e contro Ulisse, il loro mito indiscusso, prima della mia Apologia di Palamede.
Qwerty Uiopè – Che ardimento, maestro.
Gorgia – Ebbene sì. E sapevo che non sarebbe bastata un’eloquenza solo sublime di facondia pur straordinaria. Eh no! Serviva altro. Serviva un’argomentazione razionale inconfutabile, un metodo nuovo, una tecnica dialettica di nessi incatenati in modo ferreo. Così ho inventato l'apagòge. Un delirio logico mirabile che riduceva il contraddittore in sembianze ridicole, travolto da paradossi asfissianti. Sappia che perfino quel culo di pietra di Aristotele, si capisce senza citarmi per invidia, ha dovuto catalogare siffatta invenzione nei Primi Analitici e non certo nelle Confutazioni Sofistiche.
Qwerty Uiopè – Cattivi rapporti accademici?
Gorgia – Oh certo, erano tutti invidiosi della mia intelligenza e del mio clamoroso successo, non meno che della mia immensa ricchezza. Ogni sera sedevo al magnifico desco di Gualtiero Marchesi, degustando Risotto Oro e Zafferano o Dripping di Pesce ed altre fantasmagoriche prelibatezze, mentre loro per andare da Cracco una volta ogni morte di papa, d’ordinario mangiavano fave bollite e olive secche da olio lampante. Poveracci. Quello sporco comunista di Platone poi, mi odiava. Che uomo! Disposto a compromettersi con i peggiori tiranni, perfino i siracusani, miei turpi vicini, pur di assicurarsi una gloria che con le sue opere non riusciva a cogliere.
Qwerty Uiopè – Maestro, non dica così. Platone è il padre di tutti noi...
Gorgia – E allora siete tutti figli di madre ignota, ah ah ah ah!
Qwerty Uiopè – Ma maestro, non scherzi, Platone è il più noto e studiato dei filosofi.
Gorgia – Non me ne può calere una mazza. Forse che la mera fama dimostri un qualche valore? Un tale musico, Gigi D’Alessio, mi dicono che sia amatissimo e popolarissimo, ma qualcuno può forse credere che la sua opera omnia valga tre note del grandissimo Claudio Monteverdi?
Qwerty Uiopè – Ma del Palamede di Baricco che mi dice, infine.
Gorgia – Ma chi è questo Baricco? E che c’entra con Palamede.
Qwerty Uiopè – Suvvia, maestro, Baricco è un celeberrimo scrittore e tante altre cose, un uomo di gran fascino, sa raccontare storie come pochi, e recentemente ha realizzato uno spettacolo davvero molto bello su Palamede, usando con gran dovizia e arte la sua Apologia.
Gorgia – Dice davvero? E i miei diritti d’autore?
Qwerty Uiopè – Prescritti.
Gorgia – Ma almeno costui ha esposto a cubitali caratteri il mio nome?
Qwerty Uiopè – Beh, non proprio, ma il suo nome è nei titoli di coda.
Gorgia – Nei titoli di coda? O santo il vulcano che di lava lo sommergerà, riducendolo in nera cenere dove mingeranno grufolanti i più laidi cinghiali dei Nebrodi, così da destare il disgusto dei passanti inorriditi per gli intollerabili miasmi. Che gente! Che gente di bronzeo sembiante! Ma chi avrà potuto credere che quello straordinario argomentare sia farina del suo dozzinale sacco di grezza telaccia?
Qwerty Uiopè – Maestro non dica così, lo spettacolo è davvero ben riuscito. E le sue immortali parole vi splendono come lame affilate. Lo prenda come un tacito tributo al suo ingegno sublime.
Gorgia – Ma chi, in questo puerile inganno, è potuto cadere? Bruti e sprovveduti e altri imbecilli ottusi?
Qwerty Uiopè – E quando mai, maestro? Adesso non si contraddica. Prima e meglio di chiunque altro, con una massima divenuta proverbiale, lei stesso ha proclamato che a teatro è più saggio chi si lascia ingannare.
Gorgia – E sia, lo concedo. Nondimanco, mi sfugge l’uso ch’egli ha potuto fare del mio Palamede. Forse che Gorgia è un Erodoto qualunque? Alcuna minuta notizia reca la mia opera immortale, o fatti o detti o accadimenti di quel disgraziato eroe. Gorgia è inesauribile fonte di sapienza e non già fonte di storie del cazzo.
Qwerty Uiopè – Eppure, sapesse che figurone fanno quelle sue parole e quei suoi argomenti. Ulisse ridotto ad un sicofante qualsiasi e la schierata aristocrazia omerica umiliata a prestar fede ad una ripugnante menzogna che prostituiva la giustizia ad una atroce vendetta.
Gorgia – Oh non mi sorprende, l’Apologia è una macchina dialettica perfetta. Quanto mi sono divertito a scriverla e poi a cantargliela. Un trastullo immenso. Ma di essa nella memoria dei mortali sopravvivere doveva quel che in essenza contava, ossia la forma, la struttura, il metodo. Il contenuto era irrilevante e parimenti la vicenda di Palamede, del quale nulla sapevo più di quanto si raccontava nei simposi e nei teatri.
Qwerty Uiopè – Quel poco oggi è tanto, tuttavia, o almeno è qualcosa.
Gorgia – Ora m’avvedo che nella clessidra gli ultimi granelli del cono superiore si precipitano verso il riposo del sottostante cumulo. Il tempo è finito, caro mio. Mi cerchi ancora, la incontrerò volentieri, previo compenso, si capisce. Lei è un promettente discepolo. Ma se vuole vivere cent'anni come me, lasci perdere le donne. Salvo Elena. Ristudi con più sagacia l’Encomio. Rilegga le ultime parole e mediti. Mediti. Mediti.
Qwerty Uiopè – «Elénes men enkòmion, emòn dé paìgnion», maestro le so a memoria... e dunque?
Gorgia – Eh eh fuoco-fuoco... divampante fuoco... emòn dé paìgnion, per l’appunto, ah ah ah ah. Addio.

La meditazione di Qwerty Uiopè durò a lungo senza conseguire esito alcuno, finché egli non giunse a leggere, per caso, un bel saggio dal titolo «Il logos è un potente signore» di Ugo Volli che, celato in una nota a piè di pagina, recava lo svelamento delle misteriose allusioni di Gorgia. Ne riporto in calce il testo provvidenziale, a beneficio dei tre lettori, e a futura memoria della corriva insipienza di... Qwerty Uiopè.
«[«Elénes men enkòmion, emòn dé paìgnion», «per Elena encomio, per me gioco dialettico»] così traduce Giannantoni; Moreschini (nella sua edizione dei Frammenti di Gorgia, Boringhieri, Torino, 1959) più bruscamente suggerisce «elogio di Elena e passatempo per me». Nella traduzione inglese di Brian Donovan e quasi sempre in inglese “plaything”, “gioco” o “giocattolo”. La parola usata è paignion, termine che sarà usato dai neoteroi e da Callimaco per indicare il puro esercizio letterario (cfr. R. Hunter, The reputation of Callimacus in D. Obbink e R. Ruthford, Culture in pieces, Oxford University Press, Oxford 2011) – ma sarebbe probabilmente improprio antedatare quest’uso al V secolo. Per una discussione sull’uso di Gorgia, cfr. D. Boyarin, Socrates and the fat rabbis, University of Chicago Press, Chicago 200, p. 99. Dal punto di vista dizionariale, la parola viene definita “trastullo, sollazzo, giocattolo, balocco, gioco, passatempo” ma anche “scherzo”, come conferma il legame col verbo paizo, che significa fondamentalmente sia giocare che prendersi gioco. cfr. L. Rocci, Vocabolario greco–italiano, Società editrice Dante Alighieri, Milano 1967 ad loc. In un brano delle Leggi (797b) Platone usa paignon (tradotto in genere qui come “gioco”) come un genere di paidia (tradotto spesso come "divertimento"); è interessante notare come Platone nel Fedro e Gorgia qui mettano entrambi in relazione la scrittura l’uno con paidia, l’altro con paignon: accostamento certamente casuale, ma rivelativo.»