martedì 21 marzo 2017

Sguardi

Ph. Egor Shapovalov


























Luci intrecciammo improvvisamente
tra fumi di scontento e disincanto,
sul limitare di vicoli dinganno.

Farandola e follia evanescente,
faville alate, cieche nellincanto,
che del tumulto dicono e non sanno.




giovedì 9 febbraio 2017

Chiamami adesso


Anagrammi in versicoli a

Paolo Conte

Brassaï, Fille de joie, Rue Quincampoix, 1931

























Tono epocal,
lento opaco,
o con petalo
o capo lento,
poeta col no
e palco tonò!






domenica 5 febbraio 2017

Rime tempestose

Giorgio de Chirico, Cavallo bianco in riva al mare, 1940 ca.
























Sorge il sole, canta il gallo,
donald trump monta a cavallo,
ma l’imbizzarrito equino
scuote il duce leonino
prima in aria e poi in terra.
«Basta, basta sia la guerra!
Questo pony è messicano
e forsanche musulmano:
metto al bando questo e quello
e li sfido pure a duello.
E tu brutto grugno equino
porgi al duce un bell’inchino
e di nuovo immantinente
offri il dorso penitente
ché mi aspettano le folle
per plaudirmi ormai satolle
del portento che io sono
sia che bercio, canto o tuono,
circondato da strafighe
che trascinan le mie bighe.
Trepidante attende il mondo
le mie gesta a tuttotondo:
immigrati e poveracci?
Via, cacciati come stracci.
Donne, infermi e altri sfigati?
Affanculo e bastonati.
Il mio gran messaggio è chiaro:
o sei ricco oppur ti sparo.»
«Baro, baro, baro, baro
- or proruppe il fiero equino -
mai e mai sulle mie spalle
porterommi un contaballe,
sarò ben solo un cavallo
ma tu sei meno d’un fallo,
di nequizie vil stendardo
turpe, rozzo e gran bugiardo.»








martedì 24 gennaio 2017

Cupidigia e brividi

Anagrammi in versicoli
a Camillo Sbarbaro

Brassaï, Juan-les-Pins, Folies-Bergère, c. 1932





































Lambirà lo scabro
rosa, calmi labbro
ma rabbia scrollò
morsa, bolla, braci.
Lombra libra caos,
là sbarca il rombo:
là bramò, lì sbarcò.




lunedì 2 gennaio 2017

Ragne tenaci di sguardi




Le finestre serrano misteri e tradiscono segreti destinati a deflagrare nell’evidenza. Di volta in volta, e talora contemporaneamente, esse servono per guardare e per essere guardati, limite tra il dentro e il fuori che insieme unisce e separa. Luoghi d’attesa e silenzio o di svelamento e rumore. Soglie dell’interiorità e, parimenti, soglie dell’esteriorità. Fuggitivi passaggi provvidenziali e furtivi accessi d’amanti. Segni di prigionia e varchi di libertà. Tabernacoli di serenate e suicidi.
Marcel Proust aveva foderato di sughero la sua camera da letto per far tacere il rumore del mondo, eppure vi doveva essere una finestra in quella camera, se un mattino vi penetrano dalla strada i gridi degli ambulanti di Parigi, artigiani e venditori, intrecciando una «ouverture per un giorno di festa» che propizia il pastiche forse più vertiginoso della Recherche, nel quale, come in un arabesco, le cantilene popolari dei cris si sovrappongono ai recitativi del Boris Godunov, o ai motivi musicali dell'abbandono nel Pelléas di Debussy che ricordano Rameau, in un’orgia di doppi sensi erotici che alzano il velo sulla incombente e ineluttabile Gomorra (La Prigioniera, III, 508). Del resto, è da una finestra socchiusa a Montjouvain ch’egli, nascosto dietro un cespuglio, assiste all’incontro d’amore saffico di Mademoiselle Vinteuil con l’amica del cuore (Dalla parte di Swann, I, 194), che si fissa quale scena primaria, in qualche modo fondativa del suo tormento d’amante, riaffiorando tanto tempo dopo, al culmine della sua disperazione, nelle ultime pagine di Sodoma e Gomorra II, per rivelargli pienamente il sapere angoscioso del vizio che minaccia Albertine, ossia il suo mondo amoroso.
Sebbene in chiave metaforica, che le finestre fossero fatali, era già noto a Petrarca:
Io avrò sempre in odio la fenestra
onde Amor m’aventò già mille strali,
perch’alquanti di lor non fur mortali
ch’è bel morir mentre la vita è destra
(LXXXVI)
E tuttavia, questo proteiforme oggetto linguistico, prende una ancor più inquietante rotta se il nocchiero è Camillo Sbarbaro, che in Fuochi fatui ne coglie, per via aforistica, un’ulteriore pertinenza metaforica:
«Per due finestre è abitabile il presente, la finestra del passato e la finestra del futuro: l’una finta, l’altra cieca.»
Ma Camillo Sbarbaro, in verità, assegnava un ben più grande valore per nulla astratto alle finestre, tanto da comporne un elogio appassionato, intessuto d’una flagrante concretezza, direttamente attinta al comune vissuto, così marcatamente materiale da diventare, come tutti i suoi testi più sensuali, senz’altro esemplare.
Ecco le distillatissime parole di un suo Truciolo mirabile, cari tre lettori, qui proposte a guisa di ricompensa della benevola pazienza che usate verso le mie inutili scritture, del resto erratiche molto e di poco momento.


«Finestre, ricchezza dei poveri.
Rimediano i poveri all’angustia degli interni, annettendovi ciò che dalla finestra si vede; fan posto in casa, per essa, ai due beni più grandi, il sole e la strada.
Alla finestra vivono. Non paghi d’accorrervi ad ogni respiro che lascia il lavoro, nel suo vano, potendo, recano anche questo; e l’uomo del deschetto o le donne che agucchiano, a rallegrarsi e a dolersi, sulle mani sole asservite levano i volti in libertà.
Alla finestra fan l’amore. Da casa a casa e dalla villa alla strada, fili di sguardi tesson ragne tenaci; e non v’è occhiata che impegni, o lasci pensoso chi passa, più di quella che sfreccia, socchiudendo la persiana, la fanciulla che si ritrae.
Vi viene col cannocchiale l’uomo che in terraferma ormai traballa come su coperta; illuso di riconoscere nel guscio che passa al largo la petroliera della gioventù. Dell’oggi lo consola, col passato che gli resuscita, lo spettacolo delle navi che vanno sempre per il mare.
Per la finestra s’informa del mondo la vecchia che vi attende la fine: saluta le conoscenze, prende parte ai giuochi dei ragazzi. Grazie alla finestra, ha qualche cosa anche lei da raccontarsi la sera, una curiosità da levarsi il dì dopo.
Fortunati! Per gli occhi escon di sé; coi casi degli altri variano il grigio dei loro; nella vita di tutti scordan la propria.
E se poco mondo scopre il povero dalla finestra, quanto meno tanto più evocatore. Il mare non è mai grande come dove di lui parla solo la battima che non raggiunge la barca; l’estate non è mai così intensa come quando la compendia una cicala, una frasca che sopravvanza una cinta...
Tanto che qualche volta a qualcuno, nell’attimo che si affranca, la casa alle spalle si mura, blocco di inimicizia; ma ancora potrà volgersi ad essa e senza rancore guardarla, se, nell’attimo, davvero il suo cuore sarà scattato oltre la strettoia dei tetti col grido della rondine; salpato, con la barca che varano, chi sa per dove sul mare...» *


 *Camillo Sbarbaro, Trucioli (1930-1940) in L’opera in versi e in prosa, Milano, 2001, pp. 335-336
Le citazioni di Marcel Proust sono tratte dall’edizione Mondadori-Meridiani di Alla ricerca del tempo perduto

lunedì 26 dicembre 2016

La musa frugale

Jan Vermeer, 1657 ca.





























Si riparano istanti.
Chicchi di grandine notturna,
gusci d’attesa, lampi perplessi
e insonni barlumi
alle finestre socchiuse
in ascolto di sirene senza voce.

Si riparano istanti.
Barbagli sortiti da fessure
cariate che sospirano
antiche trafitture,
rivoli che mormorano sommessi
l’inganno dei rimpianti smessi.

Si riparano solamente istanti,
non giorni oppure ore
svaniti nell’errore,
solo attimi esitanti
su transiti chimerici e tramonti,
solo fugaci istanti;

davvero poca cosa:
non può guarir la musa
più pene di una rosa.





Tratto da Alla svolta del vento


mercoledì 21 dicembre 2016

L’uomo folle

Ph. Robert Doisneau

























Le drammatiche vicende di Aleppo, Ankara e Berlino, per tacere l’intero rosario dei massacri recenti, insieme ad un sentimento di sgomento, destano un rovello più radicale e pernicioso sullo spirito del tempo presente. La vita pubblica, ben al di là dei meri fatti di sangue, pare interamente piegare verso una deriva di delirante trionfo dell’osceno, che investe ogni sfera dell’agire. Il declino della misura, il disfacimento implosivo della proporzione, la perdita di senso del nesso mezzi-fini sono le macerie del sabba della dismisura imperante in cui il deforme ha acquistato uno statuto autonomo, poiché non necessita più nemmeno del suo termine reciproco di riferimento. Se non che, sul punto di riaprire il profetico paragrafo 125 della Gaia scienza di Friedrich Nietzsche, è riemersa dalla memoria l’ultima pagina de Il Sublime (Perì hypsous) di Pseudo Longino. Così, dopo averla riletta, ho capito che non potevo evitare di condividerla, dacché essa valeva ben più di qualunque superflua ciarla ulteriore.

«Ottimo amico, è facile ed è tipico dell’uomo disprezzare sempre il presente. Considera tuttavia se a rovinare le grandi nature sia non già la pace universale, ma molto di più questa guerra sconfinata che avvince i nostri desideri; e, oltre a ciò, per Zeus!, queste passioni che oggi imprigionano la vita, devastandola e travolgendola del tutto. Infatti l’avidità di ricchezza, da cui ormai siamo tutti insaziabilmente contagiati, e la lusinga dei piaceri ci fanno schiavi e anzi, per così dire, mandano a picco la nave della nostra vita con tutta la ciurma: perché l’amore del denaro è un morbo degradante e la dedizione al piacere è un morbo tra i più ignobili.
Per quanto vi rifletta, io non riesco a scoprire come sia possibile a noi che tanto rispettiamo e anzi, per dirla più schietta, idolatriamo le ricchezze smisurate, non accogliere, quando s’insinuano in noi, i vizi che sono loro congeniti. Infatti a una ricchezza senza limite né freno, s’accompagna, s’attacca e, come dicono, procede affiancato lo sfarzo; e, appena la ricchezza spalanca le porte delle città e delle case, lo sfarzo vi s’introduce subito e vi coabita. Col tempo questi vizi, a dire dei saggi, fanno il nido nelle nostre vite e, giunti velocemente alla procreazione, generano l’avidità, l’alterigia e il lusso: figliolanza tutt’altro che spuria, ma anzi più che legittima. E se qualcuno lascia che questi parti della ricchezza giungano a maturazione, essi fanno nascere subito nelle nostre anime tiranni spietati: la violenza, l’illegalità e la sfrontatezza.
È infatti inevitabile che così accada tutto ciò: che gli uomini non sollevino più lo sguardo e che non facciano alcun conto della gloria futura; che, nel ciclo di questi mali, si compia a poco a poco la rovina della nostra esistenza; e che la grandezza dell’anima appassisca e si spenga senza suscitare alcuna rivalità: quando essi ammirano le loro parti mortali e non si curano di fare crescere le loro parti immortali.
Infatti chiunque si sia lasciato corrompere prima di emettere un giudizio non può riuscire giudice libero e integro delle cose giuste e belle (giacché è necessario che a un arbitro venduto appaiano belle e giuste le proprie cose, <ingiuste e brutte le cose altrui>). Se dunque arbitri di tutta la nostra vita sono la corruzione, la caccia ai morti a noi estranei e le insidie tese ai loro testamenti; se, pur di trarre profitto da ogni cosa, ciascuno di noi si vende anche l’anima, reso schiavo della sua stessa <avidità di ricchezza>; in una così letale rovina della vita, crediamo che ci sia ancora rimasto qualche libero e incorrotto giudice delle cose grandi e protese all’eterno? Un giudice che non si lasci vincere dalla brama di arricchirsi?
Ma forse, visto che siamo fatti così, per noi è meglio essere asserviti anziché essere liberi. Poiché lasciate tutte quante libere, le nostre cupidigie, come uscite da un carcere, si disfrenerebbero contro il prossimo e inonderebbero di vizi il mondo intero»*.

* Pseudo Longino, Il Sublime (Trad. it. Giovanni Lombardo), Aesthetica edizioni, Palermo, 1987.


sabato 17 dicembre 2016

Sono le cinque, eppure non ho voglia di tè. Esercizi


                                     Qui giace un che per troppo amor di fiche
                                     di sé, giovane ancor, nutrì formiche
                                     Franco Fortini, Composita solvantur

 
Robert Doisneau


Anagrammi illustrati e no
Ultraesile, elusi l'arte = Saul Leiter
Jean 1948, Saul Leiter











Pulsa Orfeo = Paolo Fresu

Epuri dèi = Euripide
Bisogna «salvare dall'onde» dell'oblio «Salvador Allende»
e anelò un gemito = Eugenio Montale

Cleopatra, parla teco Paracleto?
Guido Cagnacci
















I sogni di «Fernando Pessoa»
«Passano ferendo» e «Ferendo passano» 
Fernando Pessoa 1894
















Diciannove giugno = «di' vengo giunonica?»
 
Tiziano, Venere allo specchio 
















Estravaganze
doppie letture
Chiamo arcani chi amò arcani?
Filante grido di guerra: Non supplì Carlotta, non suppplicar lotta 
Uno è per sempre e molti pure meglio: ve n'era di amanti, venera diamanti
Arte mi sia gentile schiava > Artemisia Gentileschi ava
 
Allegoria dell'inclinazione












palindromino
Anela Malena

monoconsonantico
Osa sia sassosi sessi sia ossessi assisi, si sa

monovocalico
da oreficeria astrologica = oro scopo

Santa Cecilia!
Il pubblico si prostrò alle parole del concertista: «Ora Prokof'ev»


Versicoli
Porta Maggiore
Da l'Infernetto verso Centocelle
Inebriati da Mariagiovanna
Riuscimmo infine a riveder le stelle

Ora D'aria
«Il dress code della Bignardi,
ispirato a giovanardi,
contro ignude ed empie gnocche,
tumefatte e rosse bocche
contro spacchi e scollature,
è rigor di sepolture»,
protestò la Santanchè
più rigonfia d'un bignè.